4. PREVENZIONE E SICUREZZA ON-LINE NELLA FASCIA 11/14 ANNI

Questa azione in particolare ha visto lo svilupparsi di una serie di attività articolate, che hanno coinvolto sia direttamente gli alunni, con attività specifiche loro dedicate, sia gli insegnanti, con percorsi di formazione di aggiornamento della legge 71/2017 sul Cyberbullismo e sugli strumenti didattici, sia i genitori, con incontri pubblici e serate svolte nelle quali è stato affrontato il tema dei rischi della rete ma soprattutto della gestione educativa del digitale in famiglia.

Rispetto alle attività rivolte agli alunni state svolte azioni formative dirette, da un lato sul tema del cyberbullismo e dei comportamenti a rischio on-line, da un lato sul tema delle competenze digitali e della cittadinanza. In particolare in alcuni istituti Comprensivi (citiamo il solo esempio di Roveredo in Piano- PN) le attività hanno avuto degli esiti molto interessanti, come la realizzazione di un vero e proprio manifesto dei ragazzi (allegato 8) sull’utilizzo consapevole e creativo dei social media, realizzato da tutte le classi II, e che poi sta costituendo, nel corrente Anno Scolastico 2018/2019, la base per un percorso di peer education nel quale gli stessi studenti estensori del manifesto realizzano un percorso che li condurrà a promuovere i contenuti del manifesto nelle classi prime e seconde dello stesso Istituto Comprensivo.

Rispetto alle attività formative rivolte agli insegnanti, sono stati svolti diversi e numerosi incontri di formazione rivolti ai docenti. La principale richiesta pervenuta dagli Istituti Comprensivi partner del progetto è stata quella di avere strumenti didattici e approfondimenti relativamente alla tematica del Cyberbullismo, pertanto di affrontare il tema delle competenze digitali e della cittadinanza digitale nell’ottica di supportare il più possibile sia gli stessi ragazzi (di qui l’attivazione dei percorsi di peer education) sia gli adulti significativi (gli insegnanti da un lato e i genitori dall’altro) con specifici interventi di formazione su questo tema e con una modalità che potesse consentire ai destinatari di essere realmente efficaci poi nelle attività didattiche con gli alunni. Inoltre, è stata richiesta una specifica formazione sulla Legge 71/2017 “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” dal momento che per attuare le sue finalità (contrastare il fenomeno del cyberbullismo in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori) la stessa legge assegna un ruolo fondamentale alla scuola.

Pertanto la formazione si è concertata in particolare su due argomenti:

a) strumenti per lavorare in classe nell’ambito della prevenzione del cyberbullismo, con focus sugli strumenti didattici e sulla legge 71/2017. Sono state elaborate, in collaborazione con l’Associazione Angolo partner del progetto, e condivise coi docenti una serie di schede didattiche che hanno consentito a molti docenti di svolgere attività di prevenzione nelle classi raggiungendo un numero considerevole di studenti. Sul versante degli adempimenti connessi alla Legge 71/2017 è stato svolto un lavoro di confronto sui regolamenti e patti di corresponsabilità che ha portato all’individuazione di alcuni contenuti che sono stati poi trasferiti in altrettante schede di riferimento (anch’esse allegate alla presente relazione). Si è operato nell’ambito degli Istituti comprensivi coinvolti realizzando incontri di formazione per docenti in ognuna delle scuole, fornendo i materiali didattici; successivamente gli insegnanti hanno sperimentato in classe le attività, e successivamente si sono svolti incontri di verifica – sia intermedi che conclusivi – in modo da raccogliere gli esiti delle attività e fare una verifica della loro efficacia. Sono stati realizzati complessivamente oltre 15 incontri di formazione di due ore ciascuno, e raggiunti complessivamente oltre 300 insegnanti.

b) formazione specifica per docenti sul metodo sperimentale “N.B.A. No Blame Approach” per l’intervento e la risoluzione in ottica di “giustizia ripartiva” delle dinamiche di bullismo e cyberbullismo. Questa formazione specifica ha riguardato in particolare gli Istituti Comprensivi di Gemona e Buja, dove il metodo non è stato solo spiegato ma applicato a casi concreti segnalati dalle rispettive scuole.

Il metodo merita un breve approfondimento, dal momento che propone un cambiamento di paradigma culturale nell’approccio complessivo al tema del Cyberbullismo, e in generale a quello disciplinare in ambito scolastico. A livello metodologico si tratta di una modalità di intervento sperimentata a partire dagli anni ’90 in Inghilterra e poi diffusasi a livello internazionale. Questo metodo è stato sviluppato dagli educatori Barbara Maines e George Robinson, e ha raccolto un grande consenso a livello nazionale e internazionale; in seguito, tuttavia è stato anche soggetto a critiche e si è per questo evoluto cambiando il nome in “support group approach”. Il concetto si basa sull’evidenza emersa dai dati raccolti in Inghilterra negli anni ’90 che hanno dimostrato come la strategia “punitiva” fino ad allora adottata, basata sull’idea che il modo più efficace per contenere il fenomeno del bullismo fosse l’individuazione immediata e punizione esemplare dei colpevoli, non portasse a effettivi risultati nella riduzione dei casi di bullismo e tanto meno nel miglioramento delle condizioni psicologiche delle vittime, che al contrario nel caso di punizione esemplare vedono peggiorare la loro condizione di isolamento e acquisire pubblicamente l’etichetta di “vittime”, soggetti deboli o addirittura “traditori” per aver causato la punizione dei compagni. I promotori di questo metodo hanno cercato allora di andare alla radice del problema partendo dal presupposto che i fenomeni di bullismo possono essere fermati solo cambiando le dinamiche di gruppo (approccio sistemico) perché il bullismo si sviluppa solo quando c’è l’appoggio attivo o silente dei compagni di classe e degli altri allievi.

In secondo luogo, il circolo vizioso di isolamento della persona presa di mira può essere invertito solo attraverso la responsabilizzazione e l’attivazione positiva degli studenti del gruppo classe (compresi quelli più attivi nei comportamenti di bullismo). Il metodo pone quindi come prioritaria e precedente la soluzione profonda delle dinamiche di bullismo e il benessere della vittima rispetto alla punizione esemplare del colpevole. Per questo prevede una sospensione temporanea della punizione che può essere addirittura cancellata nel caso in cui il gruppo classe (in un periodo breve e ben definito) sia riuscito a cessare gli atti aggressivi e ristabilire logiche di rispetto e inclusione della vittima di bullismo.

Il metodo a partire dagli anni ’90 si è diffuso a livello internazionale e in particolare in Germania, dove è stato introdotto nel 2005 e, dopo un riadattamento al contesto nazionale, ha visto una ampia sperimentazione con monitoraggio dei risultati ottenuti che ha confermato l’efficacia del metodo.
Lo studio condotto in Germania nel 2008 con il monitoraggio di oltre 220 casi di bullismo, ha evidenziato come gli atti di bullismo siano stati fermati in oltre l’80% dei casi in cui è stato applicato questo approccio.

La stessa indagine ha evidenziato che il 96% delle scuole coinvolte nella sperimentazione hanno espresso soddisfazione per l’applicazione di questo metodo. A seguito della sperimentazione attuata nell’anno scolastico 2015-2016 l’Associazione M.E.C. ha rielaborato il metodo appreso in Germania per adattarlo al contesto italiano traducendo il nome con “metodo della responsabilità di classe”.
Il metodo mantiene tutte le basi metodologiche del metodo tedesco adattando solo alcuni aspetti comunicativi al contesto italiano (sia nel rapporto con gli studenti che con i genitori) ed ampliando il campo di applicazione in due direzioni:

Il metodo si è rivelato utile anche in funzione preventiva: ovvero può essere proposto già quando sono percepiti dall’insegnante i primi sintomi di esclusione di un componente della classe che potrebbero sfociare in una dinamica di bullismo.

Il metodo può essere applicato anche nei casi di cyberbullismo tenendo conto delle diverse dinamiche caratteristiche della rete e dei diversi vincoli legali che compaiono quando le azioni si sono svolte, in parte o del tutto, attraverso canali on-line (WhatsApp, Instagram Facebook, Snapchat…).

Si sintetizzano di seguito i principali step dell’approccio. Si sottolinea che per essere applicato in maniera rigorosa il metodo richiede una formazione specifica per gli insegnanti che è stata per l’appunto svolta con i docenti dell’Istituto Comprensivo di Gemona e di Buja.

1. Colloquio con lo studente preso di mira

Dopo aver identificato il problema un insegnante, scelto in accordo con il collegio docenti, parla con la vittima offrendo il suo aiuto e spiegando alla vittima il metodo che si intende utilizzare, specificando che non comporta punizioni per gli autori degli atti di bullismo. Se lo studente accetta l’idea di seguire questa direzione l’insegnante gli chiederà di segnalare (in via confidenziale) sia gli studenti che sono stati protagonisti degli atti di bullismo che i compagni di cui più si fida in classe (o con cui non è in conflitto).

2. Attivazione del gruppo di supporto

Gli studenti così individuati assieme ad altri studenti eventualmente scelti dall’insegnante (in un numero massimo totale di 8 allievi) saranno quindi invitati a costituire il “gruppo di supporto”. Un gruppo di alunni che dovranno supportare l’insegnante a migliorare la situazione in classe: non attraverso indagini per conoscere i colpevoli o i dettagli dei comportamenti attuati, ma proponendo idee concrete, positive e che comportino un impegno personale. Il mix del gruppo è decisivo: dovrà comprendere alcuni studenti leader (ad esempio i rappresentanti di classe), alcuni studenti più vicini alla vittima e quelli nominati dalla vittima in quanto protagonisti degli atti. In questo modo gli studenti scelti saranno coinvolti personalmente e attivamente nel processo di cambiamento che sarà rafforzato dal carisma di alcuni di loro nel confronto degli altri studenti della classe. La posizione dell’insegnante deve essere trasparente e chiara esprimendo la propria determinazione nel voler porre fine ad una situazione di sofferenza di uno studente e al contempo nell’evitare ogni tentativo di colpevolizzazione tra gli studenti per lasciar spazio ad iniziative costruttive da parte di ciascuno.

3. Monitoraggio

Dopo due settimane, l’insegnante incontrerà separatamente tutti gli studenti coinvolti , incluso quello preso di mira, per valutare se ci sono state delle evoluzioni positive. Raccoglierà inoltre altre osservazioni da colleghi e se necessario dai genitori dello studente. In base alle informazioni raccolte si valuterà se il processo ha portato ad una evoluzione positiva, e in questo caso quali misure attuare per sostenerla, o se invece non ha avuto riscontri ed è quindi necessario pensare a strategie diverse.

Rispetto alle attività formative rivolte ai genitori, si sono svolti diversi incontri rivolti ai genitori in orario serale, per consentire la partecipazione dei genitori e si sono soffermati in generale sulle seguenti tematiche:

– Approfondimento su cyberbullismo

– comportamenti a rischio online e nuove dipendenze digitali

– Strategie educative e strumenti tecnici per l’utilizzo sicuro e consapevole delle nuove tecnologie

– Aspetti legali e responsabilità genitoriali nella gestione delle nuove tecnologie in famiglia

– Aspetti tecnici dei social media e rafforzamento delle abilità genitoriali dell’utilizzo dei dispositivi digitali.

In alcuni territori l’incontro genitori ha portato, su richiesta e con il supporto degli enti territoriali, alla realizzazione di ulteriori serate di approfondimento che hanno permesso anche uno sviluppo laboratoriale e la produzione di documenti progettati con i genitori e destinati alla diffusione dei contenuti a tutta la comunità – in particolare con i gruppi genitori degli Istituti Comprensivi di Gemona del Friuli (Udine) e di Roveredo in Piano e S. Quirino (Pordenone).

L’esperienza svolta a Roveredo in Piano e San Quirino merita un approfondimento, per gli esiti raggiunti. Si è sviluppato infatti un percorso, nato da un laboratorio per genitori del precedente Anno Scolastico 2016/2017, che ha coinvolto tutte le componenti della comunità, a partire dagli Assessorati dei due Comuni fino ai commercianti. Nel precedente laboratorio per genitori i partecipanti, accompagnati dai formatori dell’Associazione Media Educazione Comunità, hanno prima discusso tra loro e poi raccolto in un documento alcune indicazioni positive su un utilizzo educativo di smartphone, Tablet, PC e videogiochi. Spunti e idee scaturite durante gli incontri del corso, che poi è proseguito, su richiesta dei genitori, con altri incontri che hanno portato alla realizzazione di un vero e proprio Manifesto dei genitori (allegato 9). Il gruppo di genitori, insieme ai rappresentanti degli Enti Locali e alla scuola, ha ipotizzato una serie di azioni da svolgersi nel territorio, in modo da far arrivare alcuni contenuti e messaggi a tutta la popolazione; tra le idee emerse vi è stata quella di individuare i luoghi adatti ai contenuti delle diverse frasi del Manifesto (per esempio la farmacia per la frase “Difendi la salute di tuo figlio. Limita l’uso dei dispositivi digitali”; l’edicola per la frase “Aiuta tuo figlio a pensare. Discuti con lui i fatti di cronaca”; le associazioni sportive per la frase “Rendi tuo foglio una persona equilibrata. Alterna le attività digitali ad esperienze/attività pratiche) e mettere in questi luoghi le frasi, senza alcun altro tipo di indicazione (né loghi, né riferimenti al progetto) in modo da suscitare in chi le vedeva domande e curiosità. Il Manifesto completo sarebbe stato visibile solo presso la sede scolastica e all’interno della sede comunale. In questo modo i cittadini avrebbero prima letto le varie frasi nei diversi luoghi di passaggio e vita abituale, e poi scoperto il “contenitore” complessivo. Sono state pertanto realizzati dei banner con le singole frasi. Su suggerimento dei commercianti, anch’essi coinvolti nel progetto, è stato aperto un sito internet dedicato (www.manifestogenitori.it) e dopo questi passaggi è stato organizzato un incontro di presentazione pubblico alla cittadinanza, nel quale è stata avanzata l’idea di coinvolgere i Papu (un duo comico con esperienze di livello Nazionale e molto conosciuto in Friuli) proponendo loro di realizzare uno spettacolo originale sui contenuti del “Manifesto dei genitori”. La proposta è stata accolta, pertanto si sono avviati contatti che hanno poi portato alla realizzazione dello spettacolo “Belli e Bannati” prima a Roveredo in Piano (Giugno 2018) e poi a San Quirino (Settembre 2018). I formatori dell’Associazione MEC hanno seguito tutto il percorso, l’Istituto Comprensivo ha messo a disposizione i locali per le riunioni, le Amministrazioni Comunali hanno sostenuto il costo del compenso degli artisti per la ideazione e realizzazione di questo nuovo spettacolo teatrale. Si ritiene pertanto che questo risultato sia un esempio di realizzazione di una concreta sinergia e collaborazione tra scuola – Ente Locale – Associazioni del territorio. Lo spettacolo è stato presentato a Giugno 2018 e sul palco sono saliti i Sindaci dei Comuni, la Dirigente Scolastica, i rappresentanti dei genitori del gruppo del Manifesto e la Garante dei Minori del Friuli Venezia Giulia. Erano presenti oltre 400 persone alla prima serata; pertanto l’obiettivo dei genitori, di far passare dei messaggi educativi a tutta la popolazione, è stato ampiamente raggiunto. Alla prima dello spettacolo erano inoltre presenti i rappresentanti di tutti i partner del progetto.

Oltre a questa attività, sono state organizzate serate e laboratori per genitori in vari territori (Maniago, Gemona, Buja, Prata, Travesio e Meduno, etc.). Alcune locandine degli incontri per genitori (allegato 10) sono visibili in allegato alla presente relazione.

Le attività rivolte ai genitori hanno visto la collaborazione attiva dell’Associazione Genitori Magrini Marchetti di Gemona, partner del progetto, che ha organizzato direttamente alcune serate, aventi lo scopo di sostenere le competenze genitoriali con una serie di stimoli di riflessione critica sulla gestione educativa di internet, e dei social media in generale. Gli incontri (locandina presente nell’allegato 10) sono stati aperti alle famiglie delle zone di provenienza degli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore Magrini-Marchetti, dei comuni del Gemonese, Collinare, Val Canale e Canal del Ferro, Udinese; l’invito è stato esteso anche ai docenti interessati. Queste serate sono state organizzate con il coinvolgimento della Rete B*SOGNO D’ESSERCI (che vede la collaborazione tra 9 Enti Locali del Gemonese, l’Azienda per Assistenza Sanitaria n. 3 Alto Friuli, lo I.A.L. Innovazione Apprendimento Lavoro del Friuli Venezia Giulia, gli Istituti Comprensivi e di Istruzione Superiore del Gemonese, il Servizio Sociale dei Comuni dell’Unione Territoriale Intercomunale del Gemonese e dell’Unione Territoriale Intercomunale del Canal del Ferro-Val Canale).

Le diverse attività dell’azione 4 – Prevenzione e sicurezza on- line nella fascia 11/14 anni ora descritte hanno raggiunto i seguenti risultati: sono stati coinvolti direttamente nelle attività di prevenzione oltre 1500 studenti di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, oltre 300 insegnanti e circa 400 genitori – considerando gli incontri formativi e i laboratori. I questionari hanno raggiunto quasi 4000 alunni della fascia di età 11/14 anni. I destinatari indiretti sono stati oltre 5000 studenti della stessa fascia di età (11/18 anni) e un numero di genitori dai 1500 ai 2000, considerando i “consigli utili” prodotti e distribuiti nel corso delle varie serate e degli incontri con i genitori.

Rispetto alle attività svolte, si possono formulare le seguenti provvisorie considerazioni di esito:

– si è migliorata la competenza digitale negli alunni, attraverso gli incontri svolti con loro per condividere le informazioni di base su funzionamento e potenzialità della rete internet, ma anche sui rischi di un utilizzo non consapevole:

– si è favorito attraverso gli interventi formativi, la conoscenza e l’utilizzo da parte degli insegnanti delle problematiche connesse al fenomeno del cyberbullismo e alle possibili attività di prevenzione da poter svolgere nelle attività didattiche. Soprattutto si è fatto capire loro come le nuove tecnologie possono contribuire ad integrare le metodologie didattiche formali con quelle informali, modificando gli ambienti di apprendimento in modo tale da renderli più coerenti con i bisogni e con le nuove modalità di apprendimento dei ragazzi;

– si è aumentata la consapevolezza dei genitori sia attraverso le informazioni trasmesse negli incontri formativi sia nella discussione avviata nel corso degli incontri sulla gestione educativa dei social media in famiglia.

– si è cercato di scuotere un po’ il mondo adulto dalla sua disattenzione educativa rispetto al tema delle competenze digitali di cittadinanza che è invece fondamentale per sviluppare comportamenti corretti on line e per le prospettive future dei ragazzi e di questa generazione.

– si sono creati i presupposti per uno scambio tra scuola e famiglia, che era uno degli obiettivi centrali del progetto – costruire alleanze – e che è diventato un percorso avviato in molti degli Istituti Comprensivi raggiunti dal progetto.